SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, ORA PRO NOBIS

Aforisma
 
L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato”. 
 
La vita

Inigo Lopez de Loyola nacque nell’estate del 1491 ad Azpeitia, in Spagna. L’educazione profondamente cattolica che ricevette dalla famiglia lo indirizzò presto alla vita sacerdotale ricevendo la tonsura, il tipico taglio circolare dei capelli cui era sottoposto chi entrava nello stato ecclesiastico, già durante l’infanzia. Ma il cuore del giovane Inigo (nome che poi latinizzerà in Ignazio) era tutto per l’ideale della cavalleria. Al palazzo di Don Juan Velazquez de Cuellar, ministro del re Ferdinando il Cattolico, ricevette la desiderata educazione cavalleresca, acquisendo quelle nobili maniere che sempre lo distingueranno nel corso della vita. Quegli anni giovanili furono un periodo di dispersione e di lontananza da Dio, come Inigo stesso riconobbe all’inizio dell’Autobiografia: “Fino a ventisei anni fui un uomo dedito alle vanità del mondo. Mio diletto preferito era il maneggio delle armi, con grande e vano desiderio di procacciarsi fama.” Il 20 maggio 1521 accadde l’avvenimento che gli cambiò la vita. Passato alla corte del viceré di Navarra, fu coinvolto nella battaglia per difendere il castello di Pamplona dall’attacco dei francesi. Si batté con coraggio, ma venne gravemente ferito ad una gamba da una palla di cannone.

UN UTILE VADEMECUM CATTOLICO SULLA PRATICA OMOSESSUALE, COME ORMAI NON SE NE LEGGONO PIU'

Presentazione [1]

L’omosessualità, o sodomia, sempre considerata dalla coscienza cristiana e occidentale come un vizio obbrobrioso, rivendica oggi visibilità e diritti nella società. Secondo i fautori della nuova ideologia omosessualista, la coscienza civile, che un tempo bollava il peccato contro natura come abominevole, dovrebbe ora riconoscerlo come un bene in sé meritevole di tutela e protezione giuridica. La legge, che un tempo reprimeva l’omosessualità, dovrebbe invece promuoverla, castigando coloro che la rifiutano e la combattono pubblicamente. L’omosessualità, in questa prospettiva, non sarebbe un vizio, e neppure una malattia o deviazione di qualsiasi genere, ma una naturale tendenza umana, da assecondare e garantire, senza porsi il problema della sua moralità. Il Magistero della Chiesa cattolica si situa agli antipodi di questo nefasto relativismo. La Chiesa ha infatti come missione divina di insegnare la verità nel campo della fede e della morale, illuminata dalle parole di Gesù Cristo: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7, 16). L’ambito del suo Magistero non è ristretto agli articoli di fede, ma investe il vasto campo della morale e del diritto naturale. Infatti, come avvertiva San Pio X, «tutte le azioni del cristiano sottostanno al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa in quanto sono buone o cattive dal punto di vista morale, cioè in quanto concordano o contrastano col diritto naturale e divino» [2]. In materia di fede e di costumi, perciò il Magistero della Chiesa è «norma prossima e universale di verità» [3]. Il relativismo nega invece il carattere assoluto della Verità e del Bene, per porre come unico criterio quello soggettivo dell’arbitrio umano, presentato come «autodeterminazione» e «liberazione» da ogni vincolo religioso, morale e perfino razionale. L’uomo, in tale prospettiva, è ridotto alla sua istintiva animalità, mera pulsione di istinti, «materia senziente», priva del lume della ragione. Le radici di questa concezione affondano nell’Umanesimo rinascimentale, nel «libero esame» protestante, nelle ideologie illuministe e marxiste, fasi diverse di quel proteiforme processo rivoluzionario che ha come mèta la distruzione totale della Civiltà cristiana e l’instaurazione dell’ anarchia. Questo processo rivoluzionario ha oggi un’espressione parossistica nella pretesa di promuovere l’omosessualità come un valore, e successivamente di imporla come modello di comportamento alla società intera.

ELEMENTI DI CATECHESI - 28: IL RITORNO DI GESU’ CRISTO

Gesù Cristo ritornerà mai più visibilmente su questa terra?
Gesù Cristo ritornerà visibilmente su questa terra alla fine del mondo, per giudicare i vivi e i morti, ossia tutti gli uomini, buoni e cattivi.

Come Dio, Gesù Cristo è in ogni luogo e non ha bisogno di tornare sulla terra; come uomo, si è reso invisibile a noi nell’Ascensione, e anche la sua permanenza nell’Eucarestia è velata dalle specie del pane e del vino. Ora Gesù Cristo è presente su questa terra, ma è invisibile. Tornerà visibilmente un giorno come Egli ha profetizzato: Vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della potenza di Dio e venir sulle nubi del cielo (Mr 14, 62). Anche gli angeli che apparvero agli apostoli subito dopo l’ascensione di Gesù profetizzarono: Quel Gesù che vi è stato tolto, è stato assunto in Cielo e verrà come lo avete veduto andare in Cielo (At 1, 11).
Il ritorno di Gesù avverrà alla fine del mondo, quando il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli si scoteranno (Mt 24, 29). Non ci è dato sapere quando avverranno queste cose, nessuno lo sa, nemmeno gli angeli del cielo, ma solo il Padre (Mt 24,36) perché il giorno del Signore verrà come un ladro di notte (1 Tss 5, 2).

Gesù Cristo ha il supremo diritto di giudicare con verità e giustizia tutti gli uomini, assegnando a ciascuno il premio o il castigo, a seconda dei meriti acquisiti in vita.

VUOI SAPERE, STANDO ALLA BIBBIA, COME DIO GIUDICA LE ALTRE RELIGIONI?

Nel Gennaio del 2016 fu diffuso uno video-spot con l’intenzione mensile da parte dell’Apostolato della Preghiera. Vi è la voce del Papa che invita al dialogo interreligioso; il tutto termina con quattro simboli religiosi, uno cristiano, uno buddista, uno islamico e un altro ebraico (per il Cristianesimo c’è una statuina del Bambino Gesù, che peraltro non è un simbolo…) messi bene in vista sullo stesso piano. Ebbene, non giudicare tutto questo “relativismo religioso” è come pensare che la pioggia asciughi e il sole bagni. Conviene, pertanto, fare un po’ di ripasso e chiedersi: Dio come giudica le altre religioni?

Prima di tutto va detto che Dio non può mai servirsi direttamente delle false religioni, così come non si servirebbe mai della menzogna. D’altronde questo succede anche nella vita di tutti i giorni: quale cuoco, per cucinare, si servirebbe di cibo avariato? O quale medico, per curare, di farmaci scaduti? E’ vero che chi appartiene ad una falsa religione può ugualmente salvarsi (nelle condizioni di ignoranza involontaria), ma –attenzione- si salva non perché ma malgrado appartenga ad essa.

Torniamo alla domanda: Dio come considera le religioni non cristiane? Può eventualmente gradirle, visto che queste sono anche espressioni di una certa religiosità naturale, anche se di una religiosità corrotta dal peccato originale? E se così fosse, ciò ci costringerebbe ad un qualche rispetto? Vediamo cosa dice la Sacra Scrittura. Preferiamo non commentarla perché è fin troppo chiara.

SAN LUIGI GONZAGA, ORA PRO NOBIS

Aforisma

Dio mi indica la vera felicità”.

La vita

S. Luigi Gonzaga nacque a Castiglione delle Stiviere presso Mantova, il 9 marzo 1568. Il parto fu molto difficile tanto da far temere per la vita della madre e del bambino, ma un voto alla Madonna di Loreto fece risolvere la situazione. Mamma Marta, contessa Tana di Santena, avviò il figlio fin da piccolo alla preghiera, mentre il padre Ferrante Gonzaga, appartenente alla corte spagnola di Federico II, cercò di indurlo subito alla vita militare portandolo con sé, a soli quattro anni, nella caserma di Casalmaggiore sul Po. Il piccolo Luigi, affascinato dalle armi da fuoco, una notte prese di nascosto della polvere da sparo e caricò un pezzo d’artiglieria. Con una buona dose d’incoscienza sparò, rischiando di essere schiacciato dal retrocedere dell’arma.
In caserma assimilò il volgare linguaggio dei soldati senza peraltro capirne bene il significato. Quella polvere sottratta e quella parlata oscena furono probabilmente le uniche mancanze della sua infanzia, il cui rimorso lo accompagnerà fino alla morte. All’età di sette anni avvenne la conversione: iniziò a recitare per diverse ore al giorno le orazioni “ordinarie”, i sette salmi penitenziali, l’ufficio della Madonna e i quindici salmi graduali.

SANTA GIOVANNA D'ARCO, ORA PRO NOBIS

Aforisma

Qualora io non sia in grazia, voglia Dio concedermi di diventarlo, e se lo sono, che Dio mi ci mantenga; perché sarei la persona più infelice del mondo se sapessi di non essere nella grazia di Dio!” 
 
La vita
 
Giovanna d’Arco nacque da una famiglia di umilissime condizioni, da una famiglia di contadini, a Domremy nell’anno 1412. Durante la Guerra dei Cento anni (1337-1453) si sentì chiamata da Dio a soccorrere il re di Francia e a scacciare gli Inglesi dal suolo francese. Nel 1429 raggiunse il DelfinoCarlo (futuro Carlo VII) nella città di Chinon, convincendolo ad affidarle il compito di tentare un’offensiva contro gli Inglesi. Riuscì a farsi accreditare presso la corte grazie a carismi straordinari.
Liberata Orleans dall’assedio (8 maggio 1429), vittoria che le valse il titolo di “Pulzella di Orleans”, dopo qualche giorno (18 maggio 1429) ottenne una nuova vittoria: a Patay inflisse una dura sconfitta alle armate inglesi. Queste due vittorie permisero la conquista del territorio francese fino a Reims e quindi l’incoronazione solenne del Delfino con il nome di Carlo VII. Reims era infatti la città dove da secoli avvenivano le consacrazioni dei Re di Francia. Ma, una volta incoronato Re, Carlo VII fu preso dal tipico spirito di compromesso di molti politici e decise di trattare con gli Inglesi. Giovanna non ci stette e decise di continuare a combattere da sola, senza l’appoggio della Corona.

C'ERA UNA VOLTA... STORIELLE E MEDITAZIONI PER I PIU' PICCOLI